Una petroliera russa di gas naturale liquefatto (GNL) gravemente danneggiata, la Arctic Metagaz, è alla deriva nel Mar Mediterraneo da quasi due settimane a seguito di un sospetto attacco con droni ucraini, suscitando un diffuso allarme per il rischio di una catastrofe ambientale.

La nave, parte della cosiddetta “flotta ombra” russa concepita per eludere le sanzioni occidentali imposte dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, rappresenta ora una minaccia imprevedibile per una delle regioni marine più ricche di biodiversità al mondo.

Il 18 marzo le autorità italiane hanno confermato che la petroliera è entrata nelle acque territoriali libiche, o quantomeno nella zona di ricerca e soccorso della Libia, trasferendo la responsabilità alle autorità nordafricane in un contesto di mare agitato e persistente incertezza.

L’incidente è iniziato il 3 marzo, quando esplosioni hanno scosso la petroliera lunga 277 metri a sud-est di Malta, vicino al confine tra le acque maltesi e libiche. Immagini aeree hanno mostrato una vasta breccia nello scafo, fianchi anneriti da intensi incendi e un grave compromesso strutturale, con segnalazioni di emissioni di gas in corso, incendi localizzati e inclinazione crescente.

Il ministero dei Trasporti russo ha rapidamente attribuito i danni a droni navali ucraini, presumibilmente lanciati dalla costa libica, definendolo un atto di terrorismo marittimo. L’Ucraina non ha commentato ufficialmente le accuse, sebbene fonti legate ai servizi di sicurezza di Kyiv abbiano descritto operazioni simili contro le navi della flotta ombra come azioni legittime per colpire l’economia di guerra russa.

I 30 membri dell’equipaggio, per lo più cittadini russi e filippini, sono stati evacuati e messi in salvo, inizialmente segnalati su scialuppe di salvataggio nella zona libica.

Crescenti preoccupazioni ambientali e diplomatiche

L’Arctic Metagaz trasportava un carico significativo di GNL proveniente dal porto artico russo di Murmansk, insieme a centinaia di tonnellate di olio combustibile pesante e diesel per la propulsione – le stime variano, ma includono circa 450 tonnellate di olio combustibile, 250 tonnellate di diesel e potenzialmente decine di migliaia di tonnellate di GNL, sebbene la quantità residua esatta sia incerta a causa di possibili dispersioni o consumo precedente.

Finora non sono state rilevate perdite importanti, ma gli esperti avvertono di molteplici pericoli: una rottura potrebbe rilasciare idrocarburi in mare devastando gli ecosistemi marini, mentre la dispersione di GNL comporta rischi di ustioni criogeniche, incendi o persino esplosioni dovute a nubi di vapore. Gruppi ambientalisti, tra cui il WWF, hanno definito la nave una “bomba a orologeria galleggiante”, sottolineando la vulnerabilità del Mediterraneo come hotspot di biodiversità, dove l’inquinamento potrebbe persistere per anni, colpendo pesca, turismo e comunità costiere di più Paesi.

La deriva ha innescato un’intensa attività diplomatica. Italia, Francia, Malta, Spagna, Grecia, Cipro e altri hanno esortato congiuntamente la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a coordinare una risposta, parlando di un “rischio imminente e grave di un grande disastro ecologico” nello spazio marittimo dell’Unione.

La Protezione Civile italiana ha monitorato attentamente la situazione, osservando che, sebbene le tempeste abbiano ostacolato la sorveglianza, lo spostamento della nave verso sud, in direzione della Libia, riduce la minaccia immediata per le coste italiane. Le autorità libiche hanno emesso avvisi alla navigazione invitando alla cautela nell’area, ma non hanno ancora dettagliato piani di intervento.

La Russia, in quanto Stato di bandiera, ha riconosciuto la situazione ma ha rinviato qualsiasi azione sulla base delle “circostanze concrete”, sottolineando al contempo che, secondo le norme internazionali, la responsabilità primaria di prevenire danni ambientali spetta agli Stati costieri. Le ambiguità giuridiche nelle acque internazionali hanno ulteriormente complicato la gestione, e nessun Paese ha ancora preso il controllo o trainato la nave nonostante piani di emergenza a Malta e altrove.

Rischi irrisolti e il contesto della flotta ombra

L’Arctic Metagaz rappresenta emblematicamente le sfide più ampie poste dalla flotta ombra russa: petroliere vecchie, spesso mal mantenute, riorientate per nascondere origine, proprietà e conformità alle sanzioni. Ribattezzate e registrate sotto altre bandiere per aggirare le restrizioni, queste navi consentono a Mosca di sostenere le esportazioni energetiche e finanziare lo sforzo militare. L’attacco evidenzia inoltre l’espansione del teatro del conflitto ucraino, con operazioni che si estendono ormai ben oltre il Mar Nero fino alle acque neutrali del Mediterraneo.

Mentre la petroliera prosegue il suo percorso incontrollato tra condizioni meteorologiche imprevedibili, la finestra per un intervento sicuro si restringe. Tra le opzioni discusse vi sono il traino verso un porto sicuro, lo scarico controllato del carico o persino l’affondamento deliberato in acque profonde, ma persistono dispute diplomatiche e questioni di giurisdizione.

Senza un’azione decisiva, il rischio di esplosione, incendio o inquinamento diffuso rimane allarmante, minacciando non solo l’ambiente marino immediato ma anche la stabilità regionale e la sicurezza marittima internazionale. L’episodio rappresenta un monito evidente di come le tensioni geopolitiche possano trasformare navi commerciali in pericoli galleggianti con conseguenze che trascendono i confini.

Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.

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